PERSONÆ

Luciano Trina - Nato nel 1948 a Roma, dove ha compiuto studi artistici e d’architettura.Dal 1969 ha tenuto personali e partecipato a varie mostre collettive in Italia e all’estero, tra cui:Italy Tow, Civic center Museum, Philadelphia 1973;Il mito reale, Galleria Mana, Roma 1975; Salone della jeune peinture, Museo del Louxemburg, Parigi 1976; Biennale di Venezia 1976, Padiglione Italia, sezione “Ambiente come sociale”; Artericerca 78, Palazzo della Esposizioni, Roma 1978; Inter-media, Museo Civico di Ferrara 1979; Post no bills, Centro Internazionale di Brera, Milano 1980; Livre d’artistes, Centre George Pompidou, Parigi 1981; Roma in mostra 1970-1979 – l’arte a Roma negli anni 70, Palazzo delle Esposizioni, Roma 1995; Ad usum fabricae, Museo Sperimentale de L’Aquila, 1996.Dal 1973 ha partecipato alle attività degli Uffici per la immaginazione preventiva.Nel 1979 fonda con Carmelo Romeo la rivista di estetica operativa “Aut.Trib 17139”.Nel 1990 fonda, e non partecipa, all’attività della “Società Lunare”. Nel 1997 costituisce ed anima, con Capaccio, Givani e Zelli, l’associazione culturale “Equilibri precari”. 

Bari, 1979 intervista del Quotidiano a Luciano Trina attorno alla rivista di estetica operativa Aut.Trib17139
Tutto ciò di cui si tratta mi riguarda - GIA' SPUNTA L'UNICORNO
Q.  A quali bisogni, per lei, risponde questa iniziativa? - Luciano Trina. Una volte sulle pareti d’una galleria d’arte romana ho scritto: “Tutto ciò di cui si tratta mi riguarda”. Ma il luogo in cui questo “tutto”  può intrecciarsi reclama prassi estetiche, le uniche ancora capaci di trattarlo. L’arte, come bisogno primario di espressione, si confonde con la politica come bisogno primario di libertà: fino a preventivare la follia. In realtà non si riesce a vivere nella cronaca perché viviamo in rapporto dialettico (o incestuoso) con la storia. È fin troppo ricorrente oggi dare per spacciate le esperienze delle avanguardie, intendo quelle storiche, per tornare frettolosamente nelle alcove della cronaca, vale a dire nel formalismo estetico. E i cavalletti dei pittori, come funghi d’autunno, tornano a farsi cogliere sulla sponda sinistra del Tevere. Del resto anche questo era previsto. In questi ultimi anni una pratica dell’arte ridotta a sport della meraviglia e dello choc, con gli artisti in obbligo di erezione perenne, non poteva che preparare il ritorno ai luoghi comuni dei procedimenti, a prassi svuotate, di tutto riposo e più conviviali. E allora, avendo imparato la clandestinità dell’immaginazione, ci serviva una sala d’attesa dove poter aspettare di nuovo di diventare dei pazzi molto cattivi. - Q. Quindi AutTrib per lei è questa anticamera del manicomio, o un campo di concentramento per pericolosi socialmente? - L.Trina. Pericolosi? Non so. Secondo me, mutanti. Continuamente scopro sulle fronti orribili protuberanze. Ma sono, secondo me, i segni della necessità di riappropriarsi con interezza la vita. Questo segno che appare sempre più frequentemente nel mezzo delle fronti di molti uomini e donne è un altro occhio che lancia sguardi nel futuro; è la radice dello splendente corno dell’unicorno. E se questi segnali appaiono mostruosi è perché sono palesemente antieconomici, incongruenti  e imprevedibili. Ma allora la vita stessa è diventata una faccenda immorale, e anche ogni futuro dà scandalo, in una società inquieta, che si sente in pericolo perché sente di non avere più futuro. Sotto la spinta delle trasmutazioni, invece, vita e arte tendono a combaciare. In questa fusione ciò che si estingue è l’artista, non l’arte. - Q. In pratica allora non esistono più regole o quelle che vengono imposte dal mercato o dalla società sono riesumazioni fossili? - L.Trina. Credo che nessuno possa autorizzare più nessuno. E tutti sono autorizzati. Sappiamo che sai volare solo al momento che cadi: se tocchi terra o ti sfracelli. Q. Non è un ritorno a un individualismo romantico? - L.Trina. Oggi nessuno è costretto a prendersi le responsabilità di essere solo, costretto a restare nella propria cella, nell’individualismo, se si vuole, per ventiquattro ore al giorno. Noi, al contrario, ci esercitiamo ad evadere, a non lasciarci disorganizzare. In questo la nostra scelta: rapporto dell’arte con la vita, coi bisogni reali, non come ideologia ma come evento (politico). L’arte così è un’arma per la vita. Non rapporto morboso con l’arte, ma rapporto d’azione con la vita.

 PERSONÆ
Maurizio Benveduti - Tullio Catalano - Giancarlo Croce - Mario Diacono - Franco Falasca- Francois Loriot - Fabio Mauri - Carmelo Romeo

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