Bari, 1979
intervista del Quotidiano a Luciano Trina attorno alla rivista di estetica
operativa Aut.Trib17139
Tutto ciò
di cui si tratta mi riguarda - GIA' SPUNTA L'UNICORNO
Q.
A quali bisogni, per lei, risponde questa iniziativa? - Luciano Trina.
Una
volte sulle pareti d’una galleria d’arte romana ho scritto: “Tutto ciò
di cui si tratta mi riguarda”. Ma il luogo in cui questo “tutto”
può intrecciarsi reclama prassi estetiche, le uniche ancora capaci
di trattarlo. L’arte, come bisogno primario di espressione, si confonde
con la politica come bisogno primario di libertà: fino a preventivare
la follia. In realtà non si riesce a vivere nella cronaca perché
viviamo in rapporto dialettico (o incestuoso) con la storia. È fin
troppo ricorrente oggi dare per spacciate le esperienze delle avanguardie,
intendo quelle storiche, per tornare frettolosamente nelle alcove della
cronaca, vale a dire nel formalismo estetico. E i cavalletti dei pittori,
come funghi d’autunno, tornano a farsi cogliere sulla sponda sinistra del
Tevere. Del resto anche questo era previsto. In questi ultimi anni una
pratica dell’arte ridotta a sport della meraviglia e dello choc, con gli
artisti in obbligo di erezione perenne, non poteva che preparare il ritorno
ai luoghi comuni dei procedimenti, a prassi svuotate, di tutto riposo e
più conviviali. E allora, avendo imparato la clandestinità
dell’immaginazione, ci serviva una sala d’attesa dove poter aspettare di
nuovo di diventare dei pazzi molto cattivi. - Q. Quindi AutTrib
per lei è questa anticamera del manicomio, o un campo di concentramento
per pericolosi socialmente? - L.Trina. Pericolosi? Non so. Secondo
me, mutanti. Continuamente scopro sulle fronti orribili protuberanze. Ma
sono, secondo me, i segni della necessità di riappropriarsi con
interezza la vita. Questo segno che appare sempre più frequentemente
nel mezzo delle fronti di molti uomini e donne è un altro occhio
che lancia sguardi nel futuro; è la radice dello splendente corno
dell’unicorno. E se questi segnali appaiono mostruosi è perché
sono palesemente antieconomici, incongruenti e imprevedibili. Ma
allora la vita stessa è diventata una faccenda immorale, e anche
ogni futuro dà scandalo, in una società inquieta, che si
sente in pericolo perché sente di non avere più futuro. Sotto
la spinta delle trasmutazioni, invece, vita e arte tendono a combaciare.
In questa fusione ciò che si estingue è l’artista, non l’arte.
- Q. In pratica allora non esistono più regole o quelle che
vengono imposte dal mercato o dalla società sono riesumazioni fossili?
- L.Trina. Credo che nessuno possa autorizzare più nessuno.
E tutti sono autorizzati. Sappiamo che sai volare solo al momento che cadi:
se tocchi terra o ti sfracelli. Q. Non è un ritorno a un
individualismo romantico? - L.Trina. Oggi nessuno è costretto
a prendersi le responsabilità di essere solo, costretto a restare
nella propria cella, nell’individualismo, se si vuole, per ventiquattro
ore al giorno. Noi, al contrario, ci esercitiamo ad evadere, a non lasciarci
disorganizzare. In questo la nostra scelta: rapporto dell’arte con la vita,
coi bisogni reali, non come ideologia ma come evento (politico). L’arte
così è un’arma per la vita. Non rapporto morboso con l’arte,
ma rapporto d’azione con la vita. |